i cattivi non esistono

posted in: epiphanies | 0

Quando ero piccola avevo una nemesi, una bambina della mia classe che consideravo IL mio nemico, a tal punto da averle addirittura storpiato il nome: per me era Catiana, e la odiavo più di ogni altra cosa.

Voleva rubarmi il morosetto, voleva essere la più-preferita della maestra, nascondeva e rompeva i miei giocattoli, era invidiosa dei miei disegni. Tutto questo senza motivo alcuno. O meglio, il motivo c’era: era cattiva.

Questo weekend sono andata a Internazionale a Ferrara, due giorni in cui recupero la fiducia nel mondo e imparo un sacco di cose. Una delle cose che ho imparato è che riesco ascoltare un audiodocumentario in un’altra lingua con i sottotitoli (a video) in italiano. Un’altra delle cose che ho imparato è che i cattivi non esistono.

L’audiodocumentario è “Je vous parle de la Syrie” di Charlotte Rouault (qui lo trovate in versione integrale, in francese) ed è il racconto di due donne siriane su cosa è successo in Siria negli ultimi anni. E’ straziante. Il racconto di come una vita normale, molto simile alle nostre, si sia in brevissimo tempo trasformata in inferno è agghiacciante: non servono immagini di corpi, di battaglie, di bombe, di macerie; ciò che dicono, pensano e fanno è così umano da generare immediata empatia.

Sulla questione siriana non avevo le idee chiare (e non le ho ancora eh, non v’illudete), ma quello che emerge dalle loro parole è una situazione molto simile a quella che leggiamo nei libri sulla resistenza italiana. Spesso abbiamo giudizi chiari e forti su quanto coraggioso sia stato quel partigiano, e quanto codardo quello o quell’altro che invece di andare a combattere, è rimasto fedele al regime. I soldati tedeschi cattivi contro gli alleati americani buoni (e gli italiani in mezzo, ma noi siamo sempre in mezzo). La storia e la narrazione semplificano e schematizzano, riordinando carte che sono state rimescolante parecchie volte.

Le due voci femminili del documentario raccontano ciò che è successo in Siria dal 2011 ad oggi. Raccontano di come supportassero la rivoluzione, che era nata pacifica e fin da subito è stata stroncata dalla violenza dell’esercito. Raccontano del senso di colpa a non scendere in piazza, per il senso di responsabilità verso i propri figli. Dipingono un quadro che si complica con differenze di trattamento tra cristiani e mussulmani che vengono volutamente perpetrate dal regime per creare squilibri all’interno dei rivoluzionari che generano, a loro volta invidie e volontà di vendetta.

Raccontano di come si trasforma un uomo in un soldato, e la voglia di libertà in guerra.

E sembra di leggere Primo Levi e tanti altri: togli a un uomo la dignità, togligli le cose che ama, mostragli che gli altri hanno dei privilegi solo perché non sono come lui. E hai un soldato, o un terrorista. In entrambi i casi, uno che non ha più niente da perdere perché è pieno di odio. Hai creato un cattivo.

E nelle tante discussioni di questo fine settimana, dove ci siamo sfidati a guardare la complessità delle cose, ho capito che è più facile pensare che i cattivi sono cattivi e basta: che sono nati così e che godono del male altrui, solo perché sono cattivi. E che quindi è giusto odiarli e basta. E se possibile distruggerli.

Ma è un po’ come guardare con gli occhi di una bambina dell’asilo: è rasserenante ma non aiuta a capire. E capire chi sono i cattivi è fondamentale, per distinguerli dai super-cattivi. Perché quelli ci sono, e sono molto più temibili.

Li abbiamo tutti gli esempi in testa: è quel dittatore, non per forza con un’arma in mano, che ha dimenticato tutta la sua umanità, e fa di tutto per creare disuguaglianze che creino odio, perché questo lo rende più forte; perché gode dell’infelicità altrui.

E su di loro dobbiamo concentrarci, trovare il modo scaricare le loro cartucciere di odio, isolarli per non permettere al loro carisma di fare presa.
Dobbiamo avere dei sistemi così giusti e equi che nessuno mai non abbia “nulla da perdere“, se non qualche inutile giocattolo.